Messico, anni ’50: lo scrittore William Lee (Daniel Craig) si innamora del giovane Eugene Allerton (Drew Starkey). La loro storia è fatta di incontri nel corso del tempo, e soprattutto della ricerca di Lee di una connessione intima con Allerton, una ricerca che si espanderà nel tempo e soprattutto nello spazio, fino ad arrivare nelle giungle del Sud America.
L’ultima fatica di Luca Guadagnino è un melodramma moderno, non tanto per l’amore omosessuale, quanto per la natura ambigua di questo amore. Non è ostacolato da elementi esterni, ma nasce da una delle due parti coinvolte. Quello che lo spettatore deve tenere sempre a mente è il punto di vista della narrazione, sempre concentrato sul protagonista, vittima dei suoi stessi sentimenti. Non è totalmente affidabile, ma il coinvolgimento emotivo supera tutto il resto. Anche noi partecipiamo alla sua speranza, ma allo stesso tempo riusciamo a comprendere anche il punto di vista di Allerton, che non fa mai niente di veramente cattivo. Più che una storia d’amore, Queer è la storia di una solitudine e della ricerca disperata di una fuga da essa, che passa attraverso gli allucinogeni, che qui fanno assumere una connotazione psicologica a tutta la vicenda. Sono un modo di entrare in contatto con la propria interiorità trasportando il dolore dell’esistenza su un piano surreale in cui le esperienze lisergiche trasfigurano il desiderio sessuale, ma anche un modo per forzare una connessione che non avviene del tutto tra i due amanti, e in questo sta l’essenza del melodramma. La disperazione consuma Lee e anche noi spettatori. Guadagnino riesce a catturare fin da subito con il carisma del suo protagonista, e passa le successive due ore e dieci a smontare, in parte, le apparenze. Un’altra punta di diamante del concorso.
Venezia 81. Recensione di "Queer" di Luca Guadagnino
- di Francesco Maria Effuso
- Io C'ero
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