Nel 1918, in un ospedale da campo del nordest italiano a pochi passi dal fronte, ci sono due medici. Stefano (Alessandro Borghi), impassibile ma che in segreto invalida i pazienti per non farli ritornare al fronte, e Giulio (Gabriel Montesi), spietato clinico che vede i pazienti come carne da cannone.
Prodotto da Marco Bellocchio, il film funziona a metà. Bello il discorso sull’obiezione di coscienza e il conflitto morale del protagonista Borghi (è peggio aggravare le condizioni dei feriti o guarirli e mandarli a morire comunque?). il regista riesce, inoltre, a rendere bene il contesto in cui avvengono gli eventi, rendendo il personaggio di Montesi un compendio della mentalità dell’epoca, che non si poneva il problema dei reduci, che era impreparata a gestire le conseguenze e la portata di un evento così traumatico come la Grande Guerra e che costituiva il terreno fertile per l’imminente nascita dei Fasci di combattimento. Non manca neanche l’epidemia di spagnola, che offre facili parallelismi con la pandemia a noi più vicina. I problemi nascono quando Amelio si sofferma con una certa ridondanza sui vari pazienti, quando offre spunti che poi non hanno séguito né rilevanza per la storia (come la scena in cui offrono soldi al protagonista per la sua attività clandestina). Il personaggio di Anna (Federica Rosellini) non aggiunge niente al racconto, e il ritmo lento non aiuta a far scorrere i 104 minuti di durata. Da segnalare la fotografia di Luan Amelio Ujkaj e l’ambiguità con cui viene presentato il protagonista.
Venezia 81. Recensione di "Campo di battaglia" di Gianni Amelio
- di Francesco Maria Effuso
- Io C'ero
powered by social2s