Un grande Claudio Di Palma strega il pubblico della Sala Pasolini col suo progetto Tre Icone che si avvale del supporto visual di Luigi Marmo. Stasera alle ore 18, l’ultima replica
(foto Dario Renda)
“Che ci fai qui, sporco negro?” Chissà quante volte il ragazzino del Kentucki avrà sentito questa frase. E quanto coraggio occorre per capire che “impossibile è solo una parola”. Avvincente seconda tappa del progetto Tre Icone, che si avvale del supporto visual di Luigi Marmo, “Me, we, Alì”, incentrato sulle vicende di Muhammad Alì, e che stasera alle ore 18 vedrà l’ultima replica, ha raccolto un ampio consenso presso il Teatro Pasolini grazie al carisma di Claudio Di Palma. Tra foto d’epoca e filmati, che permettono allo spettatore di respirare lo spirito di un periodo convulso, l’interprete rivive con passione febbrile e struggente empatia il percorso di un giovane che, contro ogni ostacolo, ha fatto della propria vita un monito alla libertà. Bisogna però riconoscersi pazzi, afferma Di Palma, l’unica via per mantenere con assoluto rigore la posizione di guardia, per sfidare la morte di continuo, per regalarsi possibilità dove altri vedono solo il deserto, anche se il cielo stesso nega ogni risposta a una vita amara. Dal furto dell’amata bicicletta a dodici anni, che lo porta alla palestra di Joe Martin per sfogare la frustrazione, all’uccisione impunita, da parte di due bianchi, del giovanissimo amico Emmeth, fino alle medaglia d’oro delle Olimpiadi di Roma nel 1960, che non lo salva dal disprezzo di un ristorante che non serve i neri, Cassius Clay, tre volte campione del mondo di pesi massimi, comprende che difendere un’identità non è solo un atto dovuto a se stesso, ma al mondo. È una scelta che comporta il rifiuto dell’assodato, dell’imposto: clay significa polvere, cadavere ed è così che vorrebbero vederlo i bianchi. Per questo la rinascita si ha con la fede musulmana e con il nuovo nome, Muhammad Alì e per questo le tappe della guerra in Vietnam si alternano ai trionfi sul ring del protagonista: a un conflitto disumano si contrappone un agone in cui, a finire al tappeto, è l’odio per il popolo nero. Quando Alì rifiuta di arruolarsi per servire un’America bieca, il sistema non lo perdona: la perdita del titolo, il ritiro del tesserino di pugile, il carcere, una multa stratosferica, tuttavia, non indeboliscono il campione. Sono quattrocento anni che i negri sono in galera, dice: perché dovrebbe temere la reclusione? Da allora il suo impegno a favore dei diritti umani ha la stessa determinazione con cui, meravigliosamente sfrontato, provoca gli avversari, atterrandoli esattamente alla ripresa che ha scritto su un fogliettino. Una vita, però, trova senso specchiandosi in altre vite e quando, in occasione del discorso inaugurale di Harvard, gli chiedono una poesia, lui dice solo “Me, we”, il testo più breve e intenso del mondo. Chi ha conosciuto la vera grandezza è fratello di chiunque si spinga oltre il buio mortifero di un odio inveterato.
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