Venezia 82. Recensione di "La grazia" di Paolo Sorrentino

Il racconto degli ultimi mesi di mandato del Presidente della Repubblica, che ruotano intorno a tre decisioni importanti: due grazie da concedere a due ergastolani e una legge sull’eutanasia da approvare. Nel mezzo, il rapporto con la figlia, giurista a sua volta, il ricordo della moglie e incontri istituzionali e non.
Va detto subito, il film è molto meno sentimentale dei due precedenti di Sorrentino, e all’apparenza sembra meno personale. Bisogna aspettare la seconda metà per avere risposte sul senso di quanto si sta vedendo, ma l’attesa saprà essere ben ripagata. Come se non bastassero le numerose scene comiche di cui è disseminato il film. Infatti “La grazia”, al di là dell’argomento ambizioso e della seriosità dell’ambiente rappresentato, è il film in cui Paolo Sorrentino sembra esplorare maggiormente la sua vena comica, includendo anche delle vere e proprie gag basate sulle espressioni di Toni Servillo, che torna ad essere protagonista assoluto. Nonostante l’apparenza inganni, lo stile di Sorrentino c’è e non è snaturato: ralenti, immagini ricercate, frasi ad effetto e molti dialoghi, forse troppo ridondanti. Gli estimatori lo apprezzeranno e i detrattori no. Per quanto riguarda il discorso politico, non aspettatevi riferimenti espliciti alla storia recente o all’attualità, né tantomeno frecciatine velenose ed inutili, e soprattutto niente giudizi spiccioli. Nonostante il ritmo narrativo sia in certi punti troppo rallentato, il film arriva a raggiungere l’aspetto profondo di quello che racconta, e questa è forse l’essenza del suo aspetto politico, oltre che dell’autorialità di Sorrentino stesso.