A meno di venti giorni dall’appuntamento referendario del 22 e 23 marzo, la tensione politica sale e il baricentro della sfida si sposta nel cuore della Campania. A Caserta, le voci dei leader del centrosinistra si sono levate all'unisono per trasformare quella che il governo presenta come una riforma necessaria in quello che l'opposizione definisce un vero e proprio "attentato" all'equilibrio dei poteri dello Stato. Non è solo una questione di codici o di tecnicismi giuridici, ma una battaglia di identità costituzionale che, stando ai sondaggi dell'ultimo minuto, vede il fronte del "No" in una rimonta inaspettata. Roberto Fico, presidente della Regione Campania, ha dato il tono alla giornata parlando con i cronisti con una determinazione che non lascia spazio a mediazioni: la convinzione nella vittoria è totale perché, a suo avviso, i cittadini stanno iniziando a capire che questa non è una riforma fatta per far funzionare meglio i tribunali, ma un intervento mirato sulla magistratura per assoggettarla al potere politico. La distinzione è sottile ma cruciale: una riforma della giustizia dovrebbe servire a chi aspetta una sentenza, mentre questa riforma sembrerebbe servire solo a chi governa per limitare i controlli di legalità.
Il coro di critiche si fa ancora più aspro quando si tocca il tasto dell'efficienza, quel "tallone d'Achille" che il Ministro Nordio stesso ha ammesso di non poter risolvere con questo voto. Francesco Boccia, presidente dei senatori PD, ha parlato apertamente di un "ultimo miglio" di campagna elettorale in cui bisogna svelare quella che definisce una verità semplice: chi vuole davvero migliorare la giustizia non può votare "Sì". La colpa del governo Meloni, secondo Boccia, è quella di aver ignorato per tre anni e mezzo le vere emergenze — la carenza di personale, i tempi biblici dei processi, l'inferno delle carceri — per concentrarsi ossessivamente sul perimetro d'azione dei giudici. È un disegno che rischia di svuotare i quorum di garanzia della nostra Costituzione, permettendo a una minoranza di cambiare le regole del gioco democratico a proprio piacimento. A chiudere il cerchio è stata Elly Schlein, che con la sua consueta nettezza ha ribadito come la libertà della magistratura sia il pilastro della democrazia: mettere i giudici sotto il controllo dell'esecutivo non renderà mai il sistema più giusto, ma solo più debole. La partita, dunque, resta apertissima e si giocherà tutta sulla capacità di mobilitazione di queste ultime due settimane, dove ogni singolo voto potrà decidere se difendere l'autonomia dei poteri o piegarla alle esigenze del momento politico.
Il "No" fa fronte comune: perché la riforma della giustizia divide l’Italia
- di Monica De Santis
- Editoriale
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